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In partenza, di nuovo, per Monaco di Baviera. E' la prima volta che ci vado dopo aver visto il capolavoro spielberghiano di cui la foto a lato. Saranno, ancora, suggestioni cinefile. Saranno, ancora, rimembranze di immagini e realtà, perché il villaggio olimpico lo vedrò ogni giorno e ogni giorno penserò a quelle figure (e di consueguenza a quelle idee e quei significati) che Mastro Spielberg ha mostrato, interpretato, rimesso a disposizione dello spettatore (e dell'umanità).
Un grande intelletuale Spielberg, immensa (soprattutto dopo Shindler's list) la critica feroce al Fanatismo, quello con la F maiuscola, perché Munich non mostra solo fanatismo religioso, ma il fanatismo che fa parte di quelle costruzioni socio/biologiche che la nostra natura e la nostra storia ha eretto per vivere (e/o morire).

Suxbad - 3 menti sopra il pelo di Greg Mottola con Jonah Hill, Michael Cera, Christopher Mintz-Plasse, Bill Hader.
Ma che sto a scrivere su sta cazzata di film? Certo. E' proprio perché è una cazzata di film che ci scrivo altrimenti avrei lasciato perdere. E' un film talmente idiota che m'è quasi piaciuto... cioé, è geniale proprio perché è troppo idiota... insomma... è una stronzata così grande che la sufficienza gliela do.
Pieno di banalità, volgarità (a parte il fatto che non necessariamente la volgarità è un disvalore... son molto peggio quelli che taccian "l'untore" Beppe Grillo per i suoi vaffa che Grillo stesso a parer mio) inutili e fini a sé stesse, però questo vale per i primi 20 min e comunque per il personaggio di Ciccio (che ovviamente non si chiama Ciccio ma il nomignolo rende l'idea di chi si tratta). Per il resto ci son delle cose geniali: in primis i poliziotti, la scena coi sacchi a pelo (molto Brokeback Mountain) e poi la fotografia pseudo-documentaria e la regia che è molto ricercata per un film cazzata. La fotografia, sopratutto nelle scene della scuola, è molto sgranata in stile "Thirteen" o "Lord of Dogtown", tipo real tv. Poi, a ben guardare, le inquadrature quasi mai sono le tipiche inquadrature che tentano di (ri)prendere l'intera scena per il semplice fatto di far vedere quel che succede; nelle scene delle feste, del tram, delle macchine (insomma sempre) non si usa mai l'obiettivo normale ma quasi sempre teleobbiettivi anche per i primi piani. Anche la scena in cui Ciccio porta in braccio l'amico (amico? sicuri?) ci sono soggettive molto particolari. Secondo me il film non è così banale, o meglio, non è un film standard per quanto riguarda il "genere" (termine usato fuori luogo da almeno 15 anni) film cazzata giovanilistico.
Credo che non sia un film fatto in fretta e furia (almeno per il girato, la sceneggiatura è invece è deprimente per dialoghi e costruzione) e, appunto perché è un film cazzata, questo suo staccarsi dallo standard e dalla piattezza gli fornisce delle giustificazioni di esistenza come film. E' proprio questa capacità/volontà tecnica al servizio della minchiata che incuriosisce (anche se forse non ho ancora tratto delle conclusioni su questa scelta), indi per cui il voto è sopra la soglia di sopravvivenza.
Voto: 6
ps: uscito dal cinema il mio commento è stato lo stesso di quello che diedi a Kantoku Banzai! ovvero: "è una merda, però è geniale"... che mottola=kitano???
Per sempre uniti
Questo film parla di affetto familiare, un affetto che supera qualunque ostacolo e che vale più di qualunque cosa, anche della vita stessa.
Quella della giovane Jeong-eun (interpretata dall’intensissima Soo Ae) è stata una vita costellata di difficoltà ed ora, uscita di galera, vuole rimettere tutto apposto: vuole lasciare la banda criminale di cui faceva parte ma, soprattutto, riconquistare l’affetto di suo padre. Un padre orgoglioso e lavoratore che lei ha deluso ma che nonostante tutto ha salvato la sua reputazione agli occhi del fratellino, un padre che nonostante tutto la accoglie in casa, un padre che nonostante tutto… è pur sempre suo padre.
Era facile, con una storia comunque abbastanza scontata, scadere nel pietismo e nella banalità ma Jung-chul Lee è riuscito a caratterizzare molto bene i personaggi enfatizzando, in tal modo, le sensazioni e i tormenti che li contraddistinguono. Infatti tutti e tre i membri della famiglia (la figlia, il padre, il bambino) stanno a cuore allo spettatore e viene a crearsi un senso di condivisione (sia all’interno del film, sia tra personaggi e pubblico) che avvince e commuove. Le scene toccanti non mancano e sono del tutto affidate agli sguardi intensi dei protagonisti e ad una regia attenta a cogliere ogni minima variazione emozionale.
Interessante la figura del bambino che risulta molto funzionale a livello narrativo in quanto, non solo funge da raccordo tra padre e figlia, ma chiarifica allo spettatore le dinamiche familiari attraverso poche ingenue battute tipiche (ed in questo modo il regista giustifica questa scappatoia narrativa) dei bambini.
Il finale banale di questa pellicola non rovina, comunque, la sua potenza emotiva che viene riassunta nella toccante immagine dei titoli di coda.
Crying out love, in the center of the world di Isao Yukisada con Takao Osawa, Kou Shibasaki, Masami Nagasawa, Mirai Moriyama, Tsutomo Yamazaki, Kondo Yoshisawa --- Far East Film Festival 7
Non ti lascerò mai
Record d’incassi al box office giapponese del 2004, Crying out love in the center of the world colpisce al cuore non solo per la struggente vicenda che intreccia il passato e i destini dei tre protagonisti, ma anche per la potenza visiva (grande merito al direttore della fotografia Noboru Shinoda) delle inquadrature.
2004, la vita di Saku viene stravolta come fosse colpita da un tifone (reale e metaforico) quando al ritorno a casa trova un biglietto della sua fidanzata con su scritto: ‘Starò via per un pò, non preoccuparti per me – Ritsuko’. La ragazza ha deciso di ripercorre, nei luoghi e nella memoria, quell’estate del 1986 quando fu testimone della storia d’amore tra Aki e lo stesso Saku il quale, a sua volta, si troverà costretto a ricordare quella dolorosa ed intensissima storia fino alla rivelazione (quasi catartica) finale.
Passato e presente vengono intrecciati con cura, anche se con un po’ di ridondanza, dal regista Yukisada Isao e dal montatore Imai Takeshi dando vita ad un’alternanza di gioia e rimpianto che coinvolge soprattutto grazie alla prova dei giovanissimi attori i quali tratteggiano le emozioni dei loro personaggi con estrema naturalezza e passione. Proprio ‘le piccole cose’ che caratterizzano la relazione tra Saku e Aki sono tra gli aspetti più riusciti del film in quanto rivelano, con delicatezza, come l’amore (quello vero) si manifesti soprattutto nelle azioni e nei momenti a prima vista insignificanti ma che rimangono nella memoria come se tutto si fosse fermato.
Il lento svolgersi delle sequenze non annoia mai soprattutto grazie alle numerose svolte che presenta la vicenda e alla carica emotiva che caratterizza ogni inquadratura.
A volte il regista fa leva sulla lacrima facile ma è indubbio che il trasporto con il quale si esce dalla sala è sincero ed è forse questo che fa di questo film un’esperienza da non dimenticare.
voto: 7,5
Kantoku Banzai! (Glory to the filmaker) regia Takeshi Kitano con Takeshi Kitano --- Festival di Venezia 2007
Un suicidio dico io, una denigrazione dice lui (Takeshi) che alla proiezione con il pubblico al festival di Venezia ha ricevuto un premio speciale che porta il nome di questo suo ultimo schizzatissimo film. Nel ricevere il premio il regista giapponese ha sorriso facendo notare come sia ironico ricevere un premio nel momento in cui il pubblico sta per assistere al suo film più "auto-denigratorio". E in effetti così è.
Il film racconta di un regista che ripercorre idealmente la sua carriera cercando di trovare un idea per rilanciare il suo cinema, un idea nuova per fare un nuovo grande film. La pellicola si divide in due parti: nella prima Kitano ripensa metacinematograficamente ai suoi vecchi film (quelli di gangster che gli han dato celebrità, quelli d'amore, quelli di samurai, quelli intimisti alla Ozu etc...) mentre nella seconda segue, anche qui schizofrenicamente, le vicende di una madre e una figlia sbandate che cercano di addescare l'apparentemente ricco Kitano. Il tutto comunque senza una logicità, ci sono semplicemente una serie di scene assurde messe in sequenza (e non dipende dalla sensibilità occidentale... sono proprio assurde e basta).
Questi i fatti, ma ogni analisi narrativa è fuori luogo. Il film non è un classico film. E' una serie di auto-ponderazioni su di sé e sul suo cinema. Sulla difficoltà umana di Kitano oggi ma anche ieri. Insomma, Kantoku Banzai! è un film oggettivamente orribile, un moscuglio di gag e scenette idiote e noiose alla lunga... ma è un film geniale. E' geniale, per lo meno, la riflessione che c'è alla base. Un regista che dice al suo pubblico che tutti i suoi osannatissimi film precedenti sono delle mezze menate, che ora l'unica cosa che riesce a fare è rifugiarsi in delle scene idiote e assurde, che la sua figura di regista/artista/pensatore è in crisi (e forse lo è sempre stata) e che nei momenti di difficoltà l'unica soluzione e rifugiarsi nella sua icona (dietro la maschera... come la si voglia chiamare) rappresentata nel film da un manichino kitanomorfico. Un'icona che lo difende grazie al suo essere "mito", eroe del cinema, un filmaker che qualunque cosa faccia, anche la più schizofrenica, è sempre quella giusta. E questo film ne è la prova finale. Ha fatto una schifezza nella quale si denigra (senza svelare nulla alla fine conclude che il suo cervello è completamente fottuto) per un'ora e quarantaquattro minuti ma alla fine la sala è in piedi ad applaudire. L'assurdo è compiuto in sala, dopo il "The End" dello schermo. Kitano, quindi, aveva ragione e ne ha avuto la prova proprio nel luogo dove la cultura cinematografica dovrebbe discernere il valore intrinseco delle opere dal valore del fenomeno (dell'icona appunto). Quindi attenti, non facciamoci ingannare, in realtà il film non è semplicemente un auto-denigraizone ma è anche una denigrazione dello spettatore che adora un regista che si auto-considera e auto-dichiara aria fritta.
voto: 4
ps: però alcune gag, quelle più semplici e quelle su Zidane sono spassosissime...
Film di Buster Keaton musicati al vivo... un evento a cui avrei sempre voluto assistere ma che non c'è mai stato, almeno non dalle mie parti. Così, quando m'è stata data l'occasione di ideare e organizzare una parte della notte bianca del mio comune (Montecchio Maggiore) insieme agli amici della Consulta Giovani, non c'ho pensato un minuto (anche se avevo il tarlo Chaplin che mi ha ossessionato non poco) e finalmente sabato scorso la cosa è andata in porto.
Tre cortometraggi (liberi dal diritto d'autore), un quartetto di sax (i Palladian Saxophone Quartet di Vicenza) eccezionale, l'ambientazione nei giardini di un palazzo storico e voilà, senza incensare troppo la cosa, è venuto uno spettacolo di ottima qualità, veramente una cosettina di classe e che credo abbia proposto un evento culturale raro per ricercatezza e per le capacità musicali dei musicisti in questione. Insomma, abbiamo fatto dell'avanguardia con dei cortometraggi degli anni '20.
Le note che ho preparato e i cortometraggi della serata (a breve spero anche le immagini):
CORTOMETRAGGI DI BUSTER KEATON.
ACCOMPAGNAMENTO LIVE DEI PALLADIAN SAXOPHONE QUARTET
(a partire dalle 22.45)
Buster Keaton (1895 – 1966)
Regista, attore, sceneggiatore e produttore, Buster (ovvero “Rompicollo”, nomignolo affibbiatogli da Houdini) Keaton è considerato, al pari di Charlie Chaplin, uno dei più grandi artisti del cinema muto e in particolare della commedia slapstick (temine che indica i film nei quale la comicità è innescata grazie al linguaggio del corpo). In rassegna tre dei suoi cortometraggi, girati tra il 1920 e 1921, nei quali inizia ad elaborare un personalissimo stile e in cui sviluppa il suo personaggio celeberrimo per avere sempre e comunque un’espressione impassibile e per questo soprannominato “Faccia di Pietra”. I corti, di cui è anche regista, lo lanceranno verso la celebrità che troverà il culmine con l’uscita del lungometraggio Come vinsi la guerra, ancor oggi nelle classifiche dei migliori film di tutti i tempi. Con l’avvento del sonoro la stella di Keaton si oscura anche se restano memorabili le sue apparizioni in Viale del tramonto di Billy Wilder, nel quale interpreta nostalgicamente proprio un attore del cinema muto decaduto con l’avvento del sonoro, e in Luci della ribalta diretto da Chaplin.
Il capo espiatorio di Buster Keaton e Malcom St. Clair con Buster Keaton e Virginia Fox (22.53 min.)
Per un tragico errore la faccia di Buster Keaton finisce nella foto segnaletica che ritrae un pericoloso criminale. Inseguito dall’intero distretto di polizia, cerca riparo a casa di una ragazza di cui si innamora ma il cui padre è nientemeno che il capo della polizia.
Clicca qui per vedere il cortometraggio.
I vicini di Buster Keaton ed Eddie Cline con Buster Keaton e Virginia Fox (17.29 min)
Come in Romeo e Giulietta, una storia d’amore viene ostacolata dalle famiglie dei due innamorati a causa di vecchi dissapori tra vicini. Un giudice cerca di metter pace tra le famiglie ma ci vorrà tutto l’ingegno e l’abilità acrobatica di Keaton perché il suo matrimonio con Virginia Fox s’abbia da fare.
Clicca qui per vedere il cortometraggio.
Lo spaventapasseri di Buster Keaton ed Eddie Cline con Buster Keaton e Joe Roberts (20.11 min)
I braccianti Keaton e Roberts vivono in un monolocale che, grazie a degli ingegnosi quanto divertenti marchingegni, riserva a loro ogni lusso. Sembra andare tutto per il meglio finché i due entrano in competizione per conquistare il cuore della figlia dell’iracondo contadino.
Clicca qui per vedere il cortometraggio.
THE END
Blasfema, però geniale!
Pubblicità trovata sul Ciak di agosto in vista del prossimissimo Festival di Venezia. Commovente (beh, magari non esageriamo) il sottotitolo: "Quella era la sua auto e lo sarebbe sempre stata". Manca solo Gershwin!
Che Allen abbia influenzato, più o meno evidentemente, l'immaginario collettivo ne fornisce un ulteriore prova quest'immagine. In fondo in una pubblicità di un giornale italiano riguardo una macchina e ditta italiane che fan da sponsor al principale festival del cinema italiano c'è l'immagine di Manhattan. Grazie Woody, per questa immagine e per tutto il resto!
Oggi su Repubblica la traduzione del coccodrillo scritto da Woody Allen in onore di Ingmar Bergman sul New York Times. Tra curiosità, riflessioni e resoconti delle lunghe telefonate (compresi consigli, dispensati e richiesti...) che il regista da poco scomparso scambiava con Allen, vengono fuori delle considerazioni interessanti.
1- "L'arte non ti salva"
Già nelle interviste dei sui ultimi due film, Allen tradiva il suo sentirsi vicino (spetiamo il meno possibile) alla morte. Questo suo timore ha forse dato uno slancio nuovo al suo lavoro se pensiamo ai "fantasmi" di Match Point e al "traghettatrice con la falce" di Scoop... anche se non sono certo le prime metafore della morte della filmografia di Allen, vedasi ad esempio Amore e Guerra. Forse non farà scalpore, visto comunque il cinismo di Woody, ma queste parole: "Qualche volta ho scherzato dicendo che l'arte era come il cattolicesimo degli intellettuali, forniva il desiderio di intravedere una vita dopo la morte. Ma per come la vedo io, è meglio continuare a vivere nel proprio appartamento che nei cuori e nelle menti del pubblico", credo siano molto significative per comprendere gli ultimi (e i prossimi) film del grande Allen. Più tranquillizzanti, comunque, sono le sue parole finali: "Se non posso raggiungere la sua qualità, forse potrò avvicinarmi alla sua quantità"... speriamo, sarebbero altre 22 pellicole targate Woody Allen.
2- Una diversa idea di cinema
"Pensi che sarebbe interessante girare un film dove la cinepresa non si muove neanche di un centimetro mentre gli attori entrano ed escono dall'inquadratura? Oppure farebbe ridere la gente?". Questo Bergman chiedeva ad Allen. Sperimentazione allettante... chissà che non solletichi l'ispirazione di qualche regista (un Kim Ki-duk per esempio... impossibile ma è una fantasia che mi stuzzica).
3- Bergman meglio di Allen... secondo Allen
"E così, in una giornata di luglio, Bergman, non è riuscito a rimandare il suo inevitabile scacco matto e il miglior cineasta dei miei tempi se n'è andato." Bergman su tutti insomma. L'ammirazione di Allen era risaputa ma non credevo tanto da metterlo sopra a tutti. Certo, l'espressione "miei tempi" esclude molti registi, direi tutti quelli del muto, poi chissà chi altri... comunque per Allen non avrebbe sicuramente stonato in una "certa accademia" assiema a Mozart e Van Gogh.
"Come avrebbe potuto influenzarmi? Ho risposto: lui era un genio e io non sono un genio, e la genialità non può essere insegnata." Modestia. Falsa? Quasi quasi direi di no sopratutto dopo aver visto Hollywood Ending (in cui il regista da lui interpretato diventa cieco e auto-denuncia tutte le sue idiosincrasie registiche... ovviamente deridendole come sempre Allen s'è deriso da solo nei suoi film); pellicola che è anche una sorta di profezia sul suo successivo abbandono del sistema produttivo americano per sistemarsi in Europa.
Ultima citazione: "Non accettavo i suoi inviti per andare a trovarlo perché viaggiare in aereo non mi piaceva. Inoltre non avrei apprezzato un volo su un minuscolo aeroplano con il quale avrei raggiunto un puntino vicino alla Russia per quello che immaginavo sarebbe stato un pranzo a base di yogurt". Puro Allen... puro genio, altroché!
You shoot, I shoot (titolo internazionale)
titoli di testa
You shoot, I shoot, essendo opera prima, può essere considerato anche un manifesto di poetica. Sicuramente emergono particolarità che nei film successivi verranno sviluppate (in particolare per quanto riguarda il montaggio interno e il punto di vista voyeuristico), ma soprattutto, grazie alla figura di Chuen, si può leggere l’idea che il regista ha del cinema. Infatti ciò che Chuen fa nel profilmico, Pang lo fa dal punto di vista filmico. Chuen, quindi, è Pang non solo da un punto di vista della diegesi (ad esempio il produttore che paga l’assistente con della droga è un episodio a lui realmente accaduto) ma anche dal punto di vista dello stile. Iniziamo a descriverne i tratti principali.